Il gioco libero: un bisogno fondamentale del bambino

Di Francesco Schiraldi

03/12/2014

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I bambini si muovono poco rispetto ad un tempo. Case piccole e inadeguate, mancanza di spazi verdi, pericolosità nelle strade, iperprotettività di genitori ed educatori, sistema scolastico inadatto e alternative tecnologiche “comode” sono tra le principali cause di un declino costante di un’abitudine tanto buona quanto naturale come quella del gioco libero all’aperto.

Le conseguenze di questa trasformazione sono molteplici sia su un piano di salute fisica sia da un punto di vista cognitivo e comportamentale. Medici e specialisti del movimento da una parte e psicologi ed educatori dall’altra propongono soluzioni varie e spesso indipendenti. Uno dei pochi punti in comune sembra essere la pratica sportiva, pratica che, avremo modo di vedere, non è a mio parere una soluzione.
La logica vorrebbe che, se il problema individuato è il declino del gioco libero, ci si attivasse perché questo torni a far parte del quotidiano, ma la direzione non è questa. Abbiamo al contrario una costante ricerca di modi nuovi e a volte anche forzati per ottenere gli stessi risultati, ovviamente sempre diretti sotto la stretta sorveglianza di un adulto.

La situazione attuale

Numerosi studi hanno analizzato la situazione attuale in moltissimi paesi del mondo e in tutti quelli in cui esiste un declino del gioco libero e dell’attività all’aperto hanno dei risultati preoccupanti. Le conseguenze rispetto ai bambini e ragazzi di alcuni decenni fa sono una diminuzione delle capacità aerobiche (Tomkinson et al. 2003, Mahmoud et al. 2002), una diminuzione delle capacità coordinative (Dordel 2000, Raczek 2002) con una tendenza di regressione più evidente con l’aumentare dell’età (Vantini 2000), obesità già in età pediatrica (Eisenmann 2006, Wedderkopp et al. 2004) e l’insorgere di ansia, depressione e altre patologie (P. Gray, The Decline of Play and the Rise of Psychopathology in Children and Adolescents).

Un sistema scolastico inadatto

Nonostante le belle premesse pedagogiche riportate sui programmi ministeriali, la realtà dei fatti è estremamente allarmante. Nelle molte ore spese dai bambini e dai ragazzi ogni settimana a scuola, solo una minima parte è dedicata ad una qualsiasi possibilità di movimento. Nei brevi momenti di pausa le limitazioni sono tantissime. Non si può correre, non ci si può arrampicare, non si possono fare tutte quelle cose per cui un genitore potrebbe risentirsi ed un insegnante “correre dei rischi”.
L’educazione fisica è sempre più indirizzata verso l’avviamento allo sport, tanto da essere rinominata educazione fisica e sportiva. Due ore scarse alla settimana dovrebbero bastare ad adempiere ai fini preposti dai programmi? Due ore, come detto, prevalentemente indirizzate verso l’avviamento allo sport e alla competizione, caratterizzate tra l’altro da un costante giudizio da parte dell’adulto. Ore addestrative quindi molto lontane da quel bisogno naturale del bambino e del ragazzo di muoversi liberamente, di giocare, di esplorare e di divertirsi. Nemmeno un aumento delle ore organizzate in questo modo sarebbe quindi produttivo.

Lo sport come possibile soluzione?

Sport e movimento ormai sembra vogliano dire la stessa cosa. Si sa che il movimento fa bene e quindi di conseguenza si pensa che anche lo sport faccia bene. La scuola propone molto avviamento allo sport (fino alla sua totale dominanza in molte scuole superiori), la maggior parte dei medici consiglia sport, il CONI è molto attivo nella formazione di bambini e ragazzi e la sua natura ed origine è sportiva.
Prendiamo in analisi lo sport praticato ogni anno da moltissimi bambini e ragazzi come il calcio, la ginnastica artistica, il rugby e molti altri e lasciamo per ora perdere la camminata in montagna, il giro in bicicletta o la pattinata d’estate, che abbiamo visto essere attività in declino e che nella settimana di un bambino o ragazzo occupano una minima parte.
Lo sport, ma in realtà anche altre attività, ha delle caratteristiche ben precise che lo differenziano dal gioco libero, con delle conseguenze proprie. In particolare:

  • I gesti motori sono gesti tecnici spesso anche molto diversi dai gesti naturali. I metodi di apprendimento di questi gesti solitamente sono meccanici ed estremamente ripetitivi. Molto lontani dalla libera esplorazione e dal semplice piacere del movimento.
  • Gli allenamenti generalmente sono per la prestazione e non per il benessere e il divertimento. Assomigliano più ad un addestramento che ad un gioco. Viene promosso il valore della disciplina e della sofferenza. Si arriva ad estremi dove all’errore segue la mortificazione (ginnastica artistica e danza classica sono validi esempi).
  • La competizione e la vittoria sono l’obiettivo. I bambini si allenano per un premio. Nonostante si cerchi di promuovere vari valori di fair play e di collaborazione, il mondo dello sport, in particolare quello professionistico, va in tutt’altra direzione. Pur di vincere in molte occasioni si è disposti a soprassedere all’onestà e alla salute personale. Senza pensare all’aggressività che si scatena pur di vincere, aggressività che si vede anche solo tra il tifo dei genitori in una partita di calcio parrocchiale senza dover scomodare per forza hooligans e ultras.
  • C’è un intervento costante dell’adulto che dice cosa fare, quando farlo e anche come. La risoluzione dei problemi dipende da lui. Un adulto tra l’altro sempre pronto a giudicare, nel bene e nel male. I bambini che non hanno la possibilità di controllare le proprie azioni, di risolvere i loro problemi, di imparare a seguire le regole nel corso del gioco crescono con la sensazione che la loro vita e la loro sorte non è sotto il loro controllo. Crescono con la sensazione di dipendere dalla fortuna e dalla buona o cattiva volontà degli altri.

Il gioco promuove la salute fisica e mentale dei bambini

Da un punto di vista “fisico” il gioco libero per un bambino è tutto quello di cui ha bisogno. Provate ad osservare un gruppo di bambini giocare all’aperto e provate a vedere cosa fanno, per quanto tempo e come. È impressionante (in realtà è normale) la varietà di gesti che il bambino prova e la resistenza alla fatica che esprime. Li varia, li ripete, sperimenta gli stessi in vari modi. E il tutto concedendosi l’errore, divertendosi e prendendosi spontaneamente le pause di riposo di cui ha bisogno.
Da un punto di vista “mentale” è altrettanto completo. Qui di seguito propongo alcune delle riflessioni, in seguito ad una vasta ricerca, di Peter Gray, espresse nell’articolo The Decline of Play and the Rise of Psychopathology in Children and Adolescents pubblicato nell’American Journal of Play.
“Il gioco libero e all’aperto aiuta i bambini a sviluppare interessi intrinseci e competenze; imparare a prendere decisioni, risolvere problemi, sapersi controllare, seguire le regole. Imparare a regolare le proprie emozioni, fare amicizia, imparare ad andare d’accordo con gli altri da pari a pari, collaborare, gioire dell’esperienza”
Attraverso tutti questi effetti, il gioco promuove la salute mentale. Come società, siamo giunti alla conclusione che, per proteggere i bambini dal pericolo e per educarli, dobbiamo privarli di quell’attività che li rende tanto felici e metterli per sempre più ore in contesti in cui, più o meno continuamente, vengono valutati (motivo principale di ansia). Se vogliamo che i bambini siano felici e che crescano fino a diventare degli adulti competenti e soddisfatti socialmente ed emotivamente, dobbiamo fornire loro, ancora una volta, l’opportunità di trascorrere molte ore al giorno a giocare liberamente con gli amici.

Quindi basta lasciar libero il bambino di giocare?

Movimento Arcaico. Riscoprire i propri bisogni e decondizionarsi da alcune convinzioni culturali molto radicate porta, oltre ad un benessere personale, anche una maggior consapevolezza dei reali bisogni dei bambini.

 


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