Pensiero e Corpo

Di Massimo Mondini

14/10/2015

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Nella letteratura medica scientifica ufficiale, per non parlare delle medicine complementari, integrative o alternative, si sprecano gli esempi e gli aneddoti che ci mostrano chiaramente come la qualità del pensiero influisca sul grado di salute del corpo. L’argomento è affascinante e vasto, anche se, purtroppo, è stato spesso oggetto di pressapochismo o mistificazioni varie a scopo commerciale e non. In ogni caso la tangibilità del rapporto pensiero/salute è quotidianamente sotto gli occhi di tutti, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Un aneddoto forse poco spettacolare ma particolarmente significativo ci è presentato da Walter Germain nel libro Il magico potere della vostra mente: racconta di un uomo di più di ottant’anni che morì investito da un mezzo pesante mentre attraversava la strada; secondo gli esiti dell’autopsia, in base allo stato dei suoi polmoni e ad altri sintomi di estremo deperimento organico, il medico disse che: “l’uomo in questione sarebbe dovuto essere già morto da almeno trent’anni”. Ed invece conduceva una vita più attiva e soddisfacente della maggioranza dei suoi coetanei. La moglie lo definiva energico e pimpante, un uomo che, quando pensava ai suoi malanni, si ripeteva con convinzione: “domani starò meglio”.

Un altro racconto che rende bene quest’idea è riportato nella famosa biografia di P.Yogananda, il quale ci narra di una persona dotata di estrema potenza fisica e grande vitalità, una sorta di erculeo atleta instancabile che girava l’India attuando prove di forza nelle piazze e nelle feste. In un dialogo privato lo strongman raccontò all’autore di esser stato un giovane particolarmente gracile, di aver sofferto di rachitismo e di altre forme di debolezza, fino al momento in cui, disse l’atleta, “iniziai a nutrire il mio corpo con pensieri di forza”.

La formulazione è piuttosto oscura ma sono convinto che chi è abituato a saggiare ogni giorno la propria forza fisica, come chi svolge lavori molto pesanti o lo sportivo professionista, sia in grado di afferrare saldamente e prontamente il concetto. Nei periodi sereni, in cui si pensa in termini di benessere, l’uso della forza fisica sembra essere una funzione naturale della nostra esistenza mentre nei periodi in cui il pensiero si focalizza su argomenti o soggetti poco piacevoli l’uso del corpo diventa sforzo. E’ sempre stato così. Le componenti emotive e cerebrali nell’essere umano influiscono tangibilmente sugli aspetti, per così dire, più materiali. Ovviamente sarebbe un errore considerare questa relazione in senso univoco, in quanto anche la percezione della corporeità e tutto ciò che ad essa è legato, dispone di potenti binari di influenza sulla mente.

Da qualche decennio, probabilmente influenzate dagli studi sulla cibernetica e la psicocibernetica, o anche dalla sistemica di Bateson, le neuroscienze stanno indagando su queste funzioni ottenendo delucidazioni sempre più precise ed approfondite. Le applicazioni nell’ambito della salute fisica e mentale sono molteplici ma il campo appare immediatamente ancora più vasto se si ipotizza l’importanza di tali fenomeni, soprattutto nei loro aspetti cognitivi, comportamentali e di comunicazione, applicati alle scienze sociali, informatiche e antropologiche.
Kris Hallbom, un noto autore nel mondo della PNL (programmazione neuro linguistica), ha pubblicato qualche anno fa un articolo in cui spiegava una tesi piuttosto diffusa nell’ambiente, cioè quella che mente e corpo siano in relazione sistemica, contrapponendola alla relazione lineare ipotizzata in quasi tutti gli ambiti dalla nostra cultura. La relazione causa-effetto, tipica del pensiero aristotelico, non è un modello soddisfacente, secondo Hallbom e molti altri, per comprendere il rapporto mente-corpo ma è purtroppo quello più utilizzato da tutti gli addetti del settore che si trovano, in questo modo, nell’impossibilità di percepire la questione nella sua complessità e spesso inoltre si perdono in vicoli ciechi, solchi di pensiero che non portano a nessun risultato. Il comportamento umano, inteso in senso lato, è un fenomeno sistemico pertanto il pensiero lineare risulta inappropriato anche per comprendere quest’ultimo.
Nel 1739 D. Hume, nel suo trattato “Sulla natura umana”, contraddisse chiaramente la relazione causale identificandola più che altro come una sorta di “abitudine mentale”, distaccandosi quindi nettamente dal pensiero aristotelico:

“Tutto ciò che possiamo dire della causalità è che ciò che noi pensiamo che sia una causa precede ciò che noi pensiamo che sia un effetto e che c’è sempre continuità tra i due. Oltre a questo non vi è nulla da aggiungere”

Tornando alla relazione tra mente e corpo potremmo affermare che, in quanto esseri umani, siamo dei sistemi e siamo in relazione sistemica con altri sistemi (altri esseri umani o l’ambiente). Il corpo, le relazioni interpersonali, il rapporto tra salute e malattia, l’ecologia del sistema e di tutti i sotto-sistemi sono interconnessi in uno scambio reciproco continuo.
Alcune discipline psicofisiche orientali, soprattutto il QiGong Cinese, ma anche occidentali, come l’ascesi di Platone, proponevano un modello sistemico e tendenzialmente universale (in senso etimologico di uni-verso) dell’essere umano. Per chi adotti tali paradigmi di lettura la distinzione tra anima-mente-corpo è un concetto assolutamente privo di significato o comunque del tutto astratto dalla realtà. Anche affermare che l’uno vive nell’altra è un’ipotesi per loro inaccettabile e implicitamente “gerarchizzante”, quasi si volesse ridurre ad un mero contenitore un aspetto di noi solo perché fisicamente tangibile ed esperibile dai sensi. Una tale concezione/percezione dell’essere umano, una tale “mappa del mondo”, come direbbe Korzybski, agevolerebbe, e non poco, la vita a noi abitanti dell’era tecnologica: assumere questo paradigma vorrebbe dire innanzitutto rilevare la reale importanza di molti aspetti del nostro essere solitamente trascurati, ripristinare la funzionalità integrale dei nostri sensi di percezione e soprattutto agevolare tutti i processi naturali, per lo più inconsci, con cui ci evolviamo: in particolare i processi di apprendimento ma anche, secondo alcuni scienziati come il premio Nobel K. Mullis o Ernest L. Rossi, noto allievo di Erickson, anche quelli immunitari, metabolici, ecc.

Gran parte del lavoro di chi si occupa di benessere dovrebbe consistere proprio nella riapertura e nella sintonizzazione dei canali di comunicazione e di apprendimento che, a loro volta, connettono tra loro le varie componenti dell’individuo e la persona con l’ambiente. E’ stupefacente notare quanto il cittadino moderno abbisogni di tale connessione, quanto gli manchi il contatto con parti divergenti del sistema: purtroppo i sintomi di tale stato sono, anche quando macroscopici, spesso interpretati come “la condizione naturale delle cose” quasi dimenticando che, magari fino al giorno prima, certi pensieri parassiti o certi blocchi muscolari sembravano ineluttabili dati di fatto oppure normali adattamenti alle condizioni stressanti dell’ambiente.
Quando si aprono questi canali il riequilibrio è spontaneo, avviene senza nessun incoraggiamento o intervento specifico, proprio perché il sistema è intelligente: la nostra “neuro-fisio-psico-immunologia” lavora costantemente per la ricerca delle condizioni ottimali, senza sforzo, basta che le sia concessa la possibilità di agire. E per agire ha necessità di comunicare: una parte deve comunicare all’altra se c’è bisogno di nutrimento o se ne abbiamo a sufficienza; se c’è bisogno di moto o di riposo; di emozioni o di tranquillità; di comunicazione con terzi o di introspezione, ecc.

Ascoltandoci siamo già a “metà “dell’opera”.
Un esempio di questo tipo di sistemi di “comunicazione interna” è dato dalle fasce. Le fasce sono membrane che ricoprono i muscoli e gli organi svolgendo varie funzioni: protezione, supporto, ecc. Se le fasce perdono la loro elasticità, la comunicazione tra i settori che esse separano diviene più difficile: in particolare si è notata una sorta di dis-integrazione dell’apparato locomotore e osteo-articolare. Negli anni settanta Ida Rolf, un biochimico americano, dimostrò questo ruolo della fascia modificando la postura e le funzioni motorie dei suoi pazienti semplicemente con il ripristino delle funzioni originarie delle fasce attraverso lo “sblocco” delle stesse tramite tecniche manuali. Sono seguiti molti altri studi e altre correnti di pensiero hanno individuato altre funzioni delle fasce e insospettati livelli di comunicazione tra i due apparati citati, tuttavia l’importanza del lavoro della Rolf rimane; non solo per l’oggettiva validità ma anche come punto di partenza per una nuova e auspicabile apertura allo studio dell’essere umano, una visione un po’ meno meccanicistica che non precluda a priori l’esplorazione di vie magari sottili, oscure e interstiziali ma non per questo meno importanti.

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