Ci siamo, è il momento tanto atteso! Ti sei preparato a fondo per quest’occasione (o forse no) ti senti pronto (o forse no) è il momento decisivo vediamo come te la cavi.

C’è chi va in ansia perché non è abbastanza preparato e c’è chi non si sente mai abbastanza preparato, c’è chi soffre per il solo fatto di avere un pubblico e chi sa che al momento decisivo non rende tanto quanto durante la preparazione, c’è chi ha paura della sfortuna e chi pensa di non poter avere altre occasioni.
Ognuno ha il suo motivo per andare in ansia pur sapendo, sentendo, essendo assolutamente consapevole che la vita andrà avanti lo stesso e che comunque se sei in ansia la prestazione peggiora e sicuramente con l’ansia non ti godi il prima, e il durante, come unico momento positivo puoi beneficiare solo un po’ di sollievo ma solamente dopo aver superato la prova.

Esami, saggi, gare, presentazioni, colloqui costellano la nostra vita e noi non troviamo soluzione migliore che andare in ansia… perché?

Da un punto di vista biologico ed evolutivo non siamo minimamente strutturati per l’appuntamento dove dobbiamo produrre il miglior risultato, in natura non c’è l’esame, non devi studiare per passare un test.

Quindi non abbiamo elaborato strategie funzionali per questo contesto e queste modalità.

O forse sì?

In realtà, in ciò che noi chiamiamo “natura”, saremmo molto spesso sotto esame, ci sarebbero infatti occasioni nelle quali rischiamo una bocciatura molto più spesso di quante ce ne siano ora ed un eventuale esito negativo avrebbe conseguenza decisamente peggiori.

Se non riesco a salire su quella roccia per prendere quel nido stasera niente cena. In questo caso se fallisco l’esame avrò crampi allo stomaco e rischio di denutrizione, o peggio se scivolo dalla roccia anche qualche graffio e contusioni.
Se non riesco a difendermi dalla lince divento la sua cena. In questo caso ad un esame fallito può corrispondere la mia morte e forse anche quella della mia discendenza poiché i miei figli si troveranno in un nucleo familiare più debole e quindi svantaggiato rispetto agli altri.

Se non mi ricordo la strada per arrivare alla fonte rischio di perdermi nella foresta e morire di freddo stanotte, ecc.

Gli esami in “natura” esistevano ed esistono ma non generano ansia, nemmeno un po’, almeno non quella che intendiamo noi.

Il motivo è molto semplice, anzi i motivi sono più di uno.

Innanzitutto quelli naturali sono esami che si presentano il più delle volte all’improvviso, o comunque non sono programmati in date precise con largo anticipo, quindi non hai tempo di generare ed accrescere l’ansia nei giorni precedenti. All’ansia ci si addestra, è una cosa che impariamo a sviluppare e a gestire durante tutto il processo di preparazione, è un mostro che teniamo a bada ma a cui anche diamo da mangiare di nascosto.

Quindi l’evento naturale come vedere un bel frutto su un albero che non sappiamo se riusciamo a raggiungere o altro non può generarci ansia. Forse indecisione, forse paura, ma non abbiamo modo di sviluppare il mostro.

Poi c’è un altro motivo, forse ancora più importante, per cui gli esami che la natura ci propone, e ci ha proposto, non generano ansia: le abilità che ci sono richieste nelle suddette prove sono totalmente naturali, fanno parte del nostro patrimonio genetico, sono risorse che abbiamo tutti.

A livello individuale possiamo possedere in maniera maggiore o minore quantità le qualità e le doti che ci servono per superare la prova, come ad esempio velocità, forza, memoria, senso tattico, ma ogni persona possiede anche l’istinto per improvvisare ed adattarsi alla situazione. Raggiungere lo scopo attraverso la grande mobilitazione di risorse personali che arriva sul momento, innescata anche da tutta una serie di meccanismi attentivi, e di processi ormonali e neurali, che ci spingono quasi automaticamente verso la miglior prestazione possibile.

In natura quindi abbiamo già un’ottima dotazione di base e anche l’istinto per utilizzarla al meglio a seconda dell’occasione, allargando poi la visione all’intera specie (o anche solo alla comunità di appartenenza) vediamo che essa dispone di una serie di strategie per sopravvivere comunque, per rendere ogni singolo episodio negativo meno rilevante possibile.

Anzi la specie ne può addirittura trarre profitto, inserendolo funzionalmente in un processo di selezione.

Possiamo in qualche modo portare tutte queste risorse e questo modo di affrontare le prove nel mondo moderno o siamo destinati ad essere schiavi dell’ansiogeno trascinarci da un esame all’altro, noi e i nostri figli, e i nostri allievi.

Di certo sarebbe auspicabile un grande cambiamento nella scuola, perché è lì che in vari modi, alcuni evidenti e altri del tutto collaterali, inizia l’addestramento all’ansia, poi ci sarebbe ovviamente da modificare la mentalità sul mondo del lavoro per tornare a modalità di insegnamento, di valutazione e di produzione della prestazione molto più affini a quello che è l’archetipo naturale dell’accesso alle nostre potenzialità.

Ma l’ansia è presente ora… nel nostro modello che nell’immediato non possiamo cambiare, quindi che fare?

Possiamo agire subito su noi stessi per ridurre drasticamente l’ansia da esame, rendere più fluida la nostra prestazione e godersi la vita.

Come ha fatto Manuela

Manuela è una ragazza del profondo sud che ha frequentato l’Università a Bologna, atleta agonista di Taekwondo, dove ha raggiunto livelli alti, con molto allenamento e  disciplina, ma sempre con divertimento, senso di gioco e una sana voglia di vincere. In tutti gli altri frangenti della sua vita, ogni esame, interrogazione, prova o test mi dice che “l’ha fatta sprofondare nelle sabbie mobili dell’angoscia”.

Gola secca, cervello in tilt almeno nelle fasi iniziali, grande senso di disagio e in molti casi anche dolorose fitte alla pancia.

La cosa che può rendere difficile uscire da una situazione del genere è che spesso le persone che hanno questo problema, cioè chi più chi meno tutti gli europei, si creano una serie di equivalenze del tutto arbitrarie e disfunzionali che ne limitano la possibilità di migliorare. Ad esempio Manuela era convinta di “faccio così perché in fondo sono un’insicura”, un altro potrebbe dirsi che va in ansia perché ha vissuto un determinato evento traumatico… oppure perché si tratta di una caratteristica di famiglia, e tante altre congetture che, nella maggior parte dei casi, non hanno nulla a che fare con la realtà.

Le faccio fare un gioco che nel Movimento Arcaico facciamo spesso e che molti bambini fanno spontaneamente: sbagliare apposta.

Sbagliare apposta è l’incarnazione, anzi l’emersione dinamica, di un Archetipo che possiamo ritrovare (in forma un po’ criptica) anche in alcune formule sapienziali in tradizioni antiche come ad esempio nel buddismo Ch’an.

Sbagliare apposta è la prima forma di liberazione radicale da sé stessi e dall’intento. Ovviamente va fatto in un certo modo, bisogna stare attenti che, nel perseguire questo archetipo, non scivoliamo nell’autoinganno ad esempio creandoci un altro compitino e assolvendolo, oppure attivando altri meccanismi tipici di protezione dell’ego.

Ma il bello di questo gioco è che, appunto, è un archetipo, quindi se ci sei dentro o no lo si percepisce in maniera viscerale: è come la differenza tra stare in spiaggia sdraiati a prendere il sole o essere in mare a nuotare tra le onde, il contesto è simile, il luogo è vicino ma non puoi confondere le due cose.

Quindi facciamo una serie di sbagli, in giochi di precisione e di mira, in giochi di spostamento ecc. L’importante è provare a fare giusto e sbagliare.

Sbagliare apposta non è fallire o perdere, o disobbedire, o non farcela… è proprio sbagliare: è una sfida totale al sistema, all’imposizione di qualcuno e soprattutto al tuo “voglio” interiore, alla cristallizzazione del giudizio che tu puoi avere di te stesso, che alla fine è ciò che più conta sul lungo termine.

Il gioco di sbagliare apposta non funziona se fatto nel contesto non adeguato, la costruzione del permesso implicito allo sbaglio deve essere estremamente precisa e l’atto motorio in cui ti consenti di sbagliare deve essere un archetipo che padroneggi almeno un po’.

Dopo quasi un’ora di gioco intenso Manuela si ferma, un po’ perché sta ridendo a crepapelle un po’ perché deve riprendere fiato, quando si rende conto di come si sente interiormente riguardo alla discussione della tesi di laurea rimane sbigottita, si ferma e guarda nel vuoto, poi in basso, poi ancora nel vuoto in un’altra direzione, come a cercare una certezza che non c’è più, un segno che si è dissolto, un ormeggio che è stato mollato.

Mi guarda basita e dopo un altro rapido sguardo all’orizzonte mi dice:

“ma è proprio quando ti sbagli che poi sai fare giusto…”

Va bene, le rispondo: “Senti non è la paura di sbagliare che mi interessa risolvere, mi interessa cosa succede se gli altri ti vedono così, che sei libera di fare giusto o di sbagliare e comunque dai il meglio di te e ti diverti.”

Per recuperare l’abilità di arrivare agli appuntamenti dove ci valutano in maniera serena e rilassata, è molto utile riacquistare ciò che l’essere umano naturalmente fa tutte le volte che è in una situazione dove non ne va della sua sicurezza, cioè giocare.

Reintegrare il gioco nella nostra vita, con tutti i potenti archetipi ad esso strettamente connessi, ci fa rendere conto immediatamente innanzitutto di una cosa, cioè che tutte le cose che appiccichiamo all’esame come insicurezze, proiezioni, fantasie di sciagure, sentirci nudi, ricordi sgradevoli NON sono reali, sono prodotti e sottoprodotti della nostra mente che, per coerenza con lo stato d’ansia che proviamo, ci porta a ricercare e far emergere rappresentazioni affini. Inoltre, e forse questo è ancora più importante, ci rendiamo conto che l’ansia non è assolutamente la vera emozione di base che governa questi momenti, ma ci sono emozioni più profonde e soprattutto più funzionali perché, invece di paralizzarci o rallentarci, ci danno quella marcia in più. Anche nel caso di emozioni normalmente etichettate come “negative”.

Poi, sempre il gioco, ci fa rendere conto che ci sono mille modi diversi per raffrontarci allo stesso problema e ci dice che, se glielo permettiamo, ci transita in un flusso diverso, più piacevole e più funzionale.

Di fatto, chi sa recuperare il gioco arriva a non sapere nemmeno più cosa sia l’ansia di un esame.

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